Pace è civismo

La parola “civismo” è definita dal dizionario Treccani come un “alto senso dei propri doveri di cittadino, che spinge a trascurare o sacrificare il benessere proprio per l’utilità comune”. In qualità di presidente della Casa della pace di Parma, Danilo Amadei declina il civismo a livello internazionale e indaga il rapporto che intrattiene con la pace.

Qual è il legame fra pace e civismo?

Nella lettura della nostra Costituzione colpisce la ripetizione del termine “tutti”. “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge… La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro… Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa…Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero… La scuola è aperta a tutti…” La nostra è una Costituzione inclusiva, non esclude nessuno, non divide tra un noi e un loro, valorizza le differenze e unisce la comunità. Quel “tutti” richiama il principio di Fraternità della nostra comunità, non solo nazionale. La nostra Costituzione, insieme al riconoscimento dei diritti, richiede la responsabilità a ognuno di noi “nell’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Riconosce naturalmente i conflitti presenti nella società, ma li riconduce a una soluzione di relazione nonviolenta nella verità e nella riconciliazione sociale.

Tutto questo vale anche in campo internazionale per la pace. Al ripudio della guerra, la Costituzione associa una limitazione della sovranità nazionale finalizzata a un ordinamento che “assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni” promuovendo e favorendo le organizzazioni rivolte a tale scopo. Sono affermazioni forti che il Giappone, dopo milioni di morti e le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, formulò in modo ancora più determinato nell’articolo 9 della sua Costituzione: “rinunzia per sempre alla guerra”. Sia per il dovere di cittadinanza attiva, anche individuale, sia per le responsabilità delle Istituzioni, il richiamo è a soluzioni che vadano oltre la violenza ed escludano le guerre. Viene alla mente il detto gandhiano: “Come è possibile che quanto non è lecito tra le persone sia lecito tra gli Stati che sono fatti di persone?”

La gestione nonviolenta dei conflitti sociali e internazionali è parte centrale della nostra Costituzione per garantire relazioni “fraterne” e il riconoscimento dei Diritti umani su tutta la Terra, nessuno escluso. La visione dei costituenti dopo il flagello della Seconda guerra mondiale è aperta, va oltre il nazionalismo, richiede relazioni di fiducia reciproca tra persone, realtà sociali e Stati, organizzando Istituzioni che favoriscano la pace nella giustizia. Quanto già pensato per un’Europa unita, dopo secoli di guerre fratricide, è previsto anche per le relazioni planetarie (l’Onu era già stata costituita).

Oggi, abbiamo ancora più urgenza di agire come una umanità unita perché abbiamo l’evidenza quotidiana che ogni problema che viviamo è planetario, lo sconvolgimento del clima, le pandemie, le migrazioni, le guerre, le relazioni economiche con le gravi diseguaglianze planetarie e interne che subiamo. Oltre la denuncia, è necessario un impegno civile che, anche nel quotidiano, nel locale, assuma questa visione globale come unica risposta adeguata ai tempi e capace di futuro per le prossime generazioni. È indispensabile unificare le lotte di migliaia di associazioni in tutto il mondo, dalla difesa dell’ambiente ai diritti civili, dalla lotta contro la miseria ai diritti dei migranti, dai movimenti per il disarmo e la pace alla garanzia della salute, dell’istruzione e dell’assistenza per tutti. È indispensabile uscire dalla contraddizione tra l’universalismo dei diritti umani e una cittadinanza ancora rinchiusa in confini nazionali, così come per “il diritto alla pace” dei popoli è indispensabile il superamento del nazionalismo, della sovranità nazionale favorendo concretamente, con finanziamenti adeguati, un radicale spostamento di risorse dal riarmo alle Istituzioni incaricate della prevenzione dei conflitti armati e di politiche di pace.  

Sentiamo con sempre maggiore chiarezza come anni di continua corsa al riarmo (oltre 2100 miliardi di dollari spesi nel 2021, in piena pandemia, come riportato dal Sipri) e il depotenziamento delle Istituzioni sovranazionali rivolte ad assicurare la pace e la giustizia fra le nazioni (il rapporto tra spese annuali per armamenti e per le Istituzioni di pace è da anni, ogni anno, di 96 a 4) ci hanno trovati fragili nella ricerca della pace e della risoluzione diplomatica negoziata dei conflitti.

 

Come si manifesta nell’attuale guerra in Ucraina?

Gandhi insegnava che nei conflitti bisogna agire, subito, chiarendo e delimitando i motivi dei conflitti, trovando i punti in comune ed escludendo l’odio per l’avversario, possibile alleato futuro o addirittura amico, farsi aiutare da terzi per una maggiore obiettività del percorso nonviolento di soluzione dei conflitti. In Ucraina, si è ignorato il conflitto armato in corso dal 2014 nel Donbass e nel Lugansk, che ha provocato oltre 13.000 morti, non si è sostenuto un possibile percorso di soluzione avviato con l’accordo di Minsk e si sono sempre più armati gli Stati in guerra. Chi doveva aiutare l’accordo ha sostenuto invece le divisioni e l’inimicizia, armando entrambi gli avversari.

Come nonviolenti, nello sgomento che ci avvolge, alcune scelte ci sono state chiare già dalla prima manifestazione di solidarietà che abbiamo proposto come Casa della pace due giorni dopo l’inizio della guerra in Piazzale della pace, il 26 febbraio scorso: la scelta di stare dalla parte di chi è aggredito e soffre la violenza della guerra, di dare voce agli uomini e in particolare alle donne ucraine che vivono nelle nostre case, aiutandoci con i nostri familiari più fragili, e diventando anche parte delle nostre famiglie; la scelta di considerare la verità di queste vittime della violenza, guardando la realtà con i loro occhi e ascoltando i loro racconti e le informazioni che ricevono da casa con cuore aperto; la scelta di prepararci ad accogliere chi è costretto a fuggire dalla guerra, offrendo disponibilità diffusa, con la necessaria mediazione della comunità ucraina che vive tra noi anche da molti anni (ed è avvenuto per centinaia di donne e minorenni a partire da marzo); la scelta di aiutare chi non può tornare a casa loro con le reti civili e religiose presenti; nella condanna del regime russo guidato da Putin, che ha scatenato il male assoluto della guerra, la scelta di dare voce ai cittadini russi che protestano mettendo a rischio la loro libertà e spesso anche il lavoro e l’incolumità personale, ricordando la grande tradizione culturale e spirituale russa e i tanti nonviolenti, obiettori di coscienza, in carcere in quel Paese; sostenere tutte le azioni che isolino chi ha voluto questa guerra, accettando anche le privazioni che potrebbero comportare ai nostri Paesi, sacrifici di solidarietà che ci avvicinano al popolo ucraino, da distribuire con equità, senza farli pesare su chi  ha già difficoltà; favorire ogni azione che a livello europeo e internazionale isoli chi vuole la guerra e aiutare governanti di buona volontà che si adoperino per soluzioni per fermare la guerra, creando condizioni che non ne inneschino di nuove; non allargare il conflitto, evitando interventi armati che coinvolgano altri Paesi rischiando che la guerra possa estendersi, con l’uso di armi di distruzione di massa come quelle nucleari (alla manifestazione del 26 febbraio scorso lo slogan era: “Sì all’Ucraina nell’Unione europea, no nella Nato”); cercare di parlare con una sola voce, come Europa e come ONU, creando le condizioni perché si possa concludere al più presto la guerra con accordi di pace e disarmo e non con nuove armi.

A più di otto mesi di distanza, la guerra continua, con sempre più atrocità e morti, violenze e distruzioni. Sembra che le ragioni della politica siano assorbite dalla guerra, per cui se la Russia non collassa o l’Ucraina non cede la guerra non potrà finire, con il rischio di una spirale senza fine e la minaccia nucleare incredibilmente esplicitata. È diritto e dovere di tutti chiedere con forza di quanti morti, distruzioni, violenze ci sia bisogno per fermarsi, cessare i combattimenti e provare a ridare parola alla politica e alle sue ragioni di compromesso e di garanzia di relazioni che non siano basate sulla distruzione reciproca.

 

Un esempio in cui il civismo è spato chiave per la soluzione pacifica

Intanto, un consiglio: leggere e studiare il libro di Gene Sharp Politica dell’azione nonviolenta, edito in italiano dal Gruppo Abele. Sono due volumi corposi con moltissime esperienze di soluzione nonviolenta dei conflitti, basi della resistenza e della difesa civile nonviolenta. È un libro adottato nel mondo in moltissime università e corsi per una politica che si fondi sulla Carta dell’Onu e sulle molte Costituzioni nate dopo le guerre.

Poi, per rispondere più nello specifico alla domanda, credo che l’Unione europea possa essere considerata un esempio (con grandi margini di miglioramento nel suo funzionamento) di come si possa uscire da guerre sanguinose, da stermini inimmaginabili, da odi profondissimi, ritrovando le ragioni del vivere comune, le radici umanistiche da riscoprire insieme, facendo prevalere la forza della legge, alla legge del più forte. Chi mai, solo ottant’anni fa avrebbe potuto immaginare, nel pieno di una guerra orrenda, tempi così rapidi di dialogo, consenso e costruzione di un percorso comune? E chi mai oggi potrebbe pensare a una guerra tra i Paesi dell’Unione europea? Se ce l’abbiamo fatta noi europei, che abbiamo alle spalle guerre, genocidi, stermini e rapine secolari tra di noi e in ogni parte del mondo, perché non dovrebbe essere possibile per gruppi di Stati di ogni continente e per un’Organizzazione delle nazioni unite finalmente adeguata nei suoi mezzi, all’altezza dei tempi e delle speranze di chi l’ha voluta con la finalità di “salvare le future generazioni dal flagello della guerra”?

 

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