Pace è economia

Sotto la lente della storia economica, Stefano Magagnoli, professore di Storia economica all’Università di Parma, interviene sul legame fra pace e economia sia nell’attuale situazione ucraina sia, più in generale, nella Storia. 

 

Qual è il legame fra pace e economia?

 

«Lasciate che vi faccia una domanda: il vostro denaro è così potente che pensate potrà comprarvi il perdono?» (Bob Dylan, “Masters of War”, in The Freewhellin’ Bob Dylan, 1963). Ascoltando una delle ballate contro la guerra più famose di sempre vengono in mente molte riflessioni sul legame fra guerra e affari e, ovviamente, tra pace e processo economico, sui fili, visibili e invisibili, che legano le dinamiche dell’economia alla pace.

Nel mondo antico, la pace era considerata poco più che una parentesi nella situazione di belligeranza che scandiva le attività e i rapporti tra i popoli. La guerra era considerata la naturale condizione dell’umanità, strumento per dare soluzione ai contenziosi tra i popoli. Col tempo, questa impostazione venne superata, diffondendosi la convinzione che l’aggressività, se non opportunamente incanalata, genera instabilità e porta gli Stati alla rovina. È Aristotele, nella Politica, che, ben prima dei Romani e del valore della pace introdotto dal Cristianesimo, sottolinea come il bene collettivo debba basarsi sulla realizzazione di una condizione di pace.

La relazione tra pace e sviluppo economico ha accompagnato la storia dei popoli sin dall’Antichità, divenendo via via più stretta al crescere dell’internazionalizzazione dei processi economici e definendo i contorni di un sistema economico mondiale in via di globalizzazione. Si pensi, ad esempio, a cosa accadde all’economia europea negli anni delle guerre napoleoniche, quando il processo d’industrializzazione venne sostanzialmente ‘congelato’ per lasciare spazio all’attività degli eserciti, rinviando al dopo Waterloo la ripresa della crescita economica e degli scambi commerciali. Sono stati conflitti che, indubbiamente, hanno stimolato la ricerca di soluzioni tecnologiche innovative, ma che, nel breve-medio periodo, hanno impedito ai sistemi economici di prosperare.

Cosa sia dunque la guerra per l’economia è presto detto: uno stato di cose che, quali che ne siano le cause, deve essere rapidamente superato per assicurare il ripristino della pace, cioè una stabilità che garantisca al sistema economico di funzionare efficacemente. L’incertezza, infatti, crea negli operatori economici dubbi e titubanze, cagionando intoppi e rallentamenti.

 

Come si manifesta nell’attuale guerra in Ucraina?

 

Secondo un rapporto dell’OCSE, pubblicato subito lo scoppio della guerra (OECD, Prospettive economiche dell’OCSE, Rapporto intermedio, La guerra in Ucraina: conseguenze economiche e sociali e implicazioni per le politiche pubbliche, marzo 2022), le conseguenze del conflitto per l’intero sistema economico mondiale, appena ripresosi dallo shock del Covid-19, saranno importanti. Se è vero che Russia e Ucraina hanno un peso relativamente modesto in termini di produzione manifatturiera, va nondimeno osservato che sono tra i principali esportatori mondiali di commoditiesalimentari essenziali, di materie prime minerarie ed energia. L’incertezza e l’instabilità che già si erano diffuse nei mercati dopo la pandemia sanitaria sono state amplificate dai combattimenti, provocando crisi economiche di grande entità. A risentirne maggiormente, i mercati delle materie prime, con la parallela impennata dei prezzi del petrolio, del gas naturale e del grano.

Le previsioni dell’OCSE, venate di pessimismo, suggerivano che le variazioni dei prezzi delle materie prime e le perturbazioni dei mercati finanziari esplose con lo scoppio della guerra, se prolungate nel tempo, avrebbero influito negativamente per oltre un punto percentuale sul PIL mondiale nel corso del primo anno di guerra, accompagnandosi a una profonda recessione in Russia e all’aumento dell’inflazione globale dei prezzi al consumo. Gli scenari previsti sono diventati realtà, sommandosi al disastro economico e umanitario dell’Ucraina, che solo il sostegno europeo e statunitense ha sottratto all’annientamento da parte dell’esercito russo.

Il conflitto armato in Ucraina ha provocato, nel primo anno di guerra, la morte di circa 7.000 civili e di oltre 150.000 soldati, anche se le stime per le perdite militari sono da prendere sempre con le molle. Elevatissimo è il numero dei rifugiati ucraini, superiore ai 5 milioni di individui. La guerra sta mordendo in profondità la carne viva del paese, provocando difficoltà e sofferenze, indirizzando tutto il potenziale produttivo verso il sostentamento allo sforzo bellico, sottoponendo il sistema economico nazionale a uno stress da cui potrà riprendersi solo a guerra finita, con l’aiuto internazionale e con tempi di ripresa non brevissimi. Affermare che solo la pace può garantire lo sviluppo economico e il benessere può sembrare indice di ingenuità, eppure, alcuni esempi storici fanno comprendere meglio l’affermazione.

 

Un esempio in cui la dimensione economica è stata chiave nella risoluzione pacifica di un conflitto

 

Dopo la Seconda guerra mondiale, l’Europa era allo stremo ed era vivo il rischio di nuovi conflitti (motivati, ad esempio, dalla competizione economica e dalla contrapposizione ideologica). Due processi cambiarono radicalmente le sorti dell’Europa, mostrando come la leva economica possa essere un utile strumento per rafforzare la pace.

Prima di tutto, l’European Recovery Program, meglio conosciuto come Piano Marshall, voluto dagli Stati Uniti nel 1947 per sostenere la ricostruzione dell’Europa, i cui obbiettivi erano sia economici (rafforzare il principale partner economico) sia geopolitici (irrobustire la parte occidentale dell’Europa in funzione antisovietica). Il piano statunitense trasferì denaro e tecnologia all’Europa sostenendo lo sviluppo economico e allontanando i potenziali motivi di conflitto.

In secondo luogo, il processo di integrazione europea che, prima che politico, è stato un processo d’integrazione economica. La realizzazione del mercato unico europeo nel 1957 è alla base dei boom economici che, in molti paesi europei, resero possibile la grande trasformazione dei consumi della società europea. Al di là di ogni considerazione sulla perdita delle identità tradizionali e sul diffondersi della mentalità consumistica – su questo la critica è stata molto incisiva, a partire dagli scritti di Pier Paolo Pasolini – giova però ricordare che le politiche d’integrazione economica hanno facilitato la crescita, migliorando le condizioni generali di vita e concorrendo a stabilizzare le relazioni tra Stati. Infatti, pur nel quadro di una strisciante conflittualità con il mondo comunista ai tempi dell’Unione Sovietica e con la Russia putiniana in tempi più recenti, l’Europa è riuscita a tenere lontana la guerra per molto tempo, interrompendo una storia secolare di guerre e conflittualità.

Non è il solo esempio che potremmo citare, ma è forse quello che, per vicinanza e per correlazione con gli eventi presenti, viene più facilmente alla mente. Si tratta di un esempio concreto, la cui analisi potrebbe forse offrire spunti di riflessione ai policy makers per trovare risposte e soluzioni alle impellenti emergenze del tempo presente e ricordare che il sistema economico prospera con la pace, diventa balbuziente sotto le frizioni politiche e militari, inciampa pesantemente con le guerre. La globalizzazione fa sì che gli effetti siano amplificati e che fasi di conflittualità, come l’attuale, divarichino ulteriormente le già rilevanti disuguaglianze tra paesi ricchi e paesi meno sviluppati. Solo con la pace – reale, diffusa e prolungata – i paesi in via di sviluppo possono tentare di uscire dalla loro arretratezza e solo con il suo mantenimento è possibile ipotizzare politiche di riequilibrio delle disuguaglianze.

 

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