Finche’ notte

Finchè notte non sia più

Capelli biondo ruggine e, dipinta sul volto, la bellezza senza compromessi della gioventù, Caterina ha lasciato Roma, con i suoi androni scrostati e le strade chiassose, per sfuggire all’abbraccio soffocante di sua madre e trovare la propria via nel mondo. Conclusi gli studi, ha raggiunto zia Liliana con la prospettiva di un lavoro in un poliambulatorio e l’idea di dare una mano nella conduzione del Liliane Coiffure, un lindo salone di parrucchiera dalle poltroncine viola che la zia ha aperto in un borgo della campagna francese. Un giorno capita nel salone un vecchio signore con una massa scompigliata di capelli e una mano tremante abbandonata lungo la gamba. Si è ferito alla fronte nel tentativo di accorciarsi da solo i capelli, ed è in imbarazzo tra quelle poltroncine colorate, i vasi di ranuncoli e le riviste di moda impilate negli angoli. Fuggirebbe, se non fosse per l’accoglienza che gli riserva Caterina, che si prende subito cura di lui. Come due anime che si sfiorano e si riconoscono, Caterina e Delio, il vecchio signore, comprendono all’istante che il filo del destino li unisce. La sera stessa la ragazza riempie una valigia e si stabilisce nel casolare accanto alla casa di Delio. Il vecchio vive solo, circondato da una terra dura, con malerbe che crescono ovunque e cumuli di sterpaglie affastellati lungo i camminamenti dell’orto, quell’orto che sua moglie Teresa coltivava con cura prima che la malattia se la portasse via. Caterina non tarda a capire che un’altra mancanza grava sul cuore malandato del vecchio: Daniele, il figlio che la foto sulla credenza raffigura come un giovane uomo prestante, coi capelli un po’ lunghi e un’aria sfrontata, è assente da casa da più di quattro anni. In paese, dove tutti parlano di lui e qualche ragazza lo nomina con il rimpianto di una ex innamorata, si sussurra che una grave offesa l’abbia spinto a rifiutare ogni contatto col padre. Quando, però, dopo una caduta, Delio cede alla vecchiaia e si mette a letto col volto scavato dalla stanchezza della vita, Daniele compare sull’uscio di casa. E Caterina, tormentandosi una ciocca di capelli, lo accoglie con un sorriso di disagio, il cuore impazzito.

 

L’intervista

Il Venerdì – la Repubblica

Solitudine è una notte con la luce in fondo.

Novita Amadei, parmigiana che vive a Parigi, si è occupata di accoglienza dei rifugiati. E nell’ultimo romanzo porta l’esperienza dello spaesamento. C’è molta solitudine nel romanzo della scrittrice parmigiana Novita Amadei Finché notte non sia più. La notte è l’incomprensione, il rancore, il rifiuto che assillano i vari personaggi. A cominciare da Caterina, diplomata infermiera nonostante la madre la voglia parrucchiera nel negozio di famiglia a Roma. Lei invece si trasferisce in uno sperduto paesino del Sud della Francia. Lì conoscerà l’anziano Delio, che vive in campagna divorato dalla solitudine dopo la morte della moglie Teresa e l’allontanamento del figlio Daniele. Il ragazzo non si fa vivo con il padre da quattro anni, vive a Parigi dove si occupa di sindacato e divide l’appartamento con il tunisino Amir. Amadei tesse i fili della narrazione con delicatezza e sapienza. E il lettore gira pagina in attesa della luce.

Come Caterina, lei ha lasciato l’Italia per la Francia. Per questo nei suoi libri parla sempre di spaesamento?

Vivo in Francia e a Parigi mi sono occupata dell’accoglienza di rifugiati e richiedenti asilo presso l’OIM, agenzia di cui ora sono consulente. Nella vita personale e professionale misuro lo spaesamento e le contraddizioni della lontananza, ascolto storie di viaggi attraverso più mondi che si combinano assieme perché trascinarsi dietro terre e cieli è nell’identità e nel destino dei migranti. La mia scrittura riconosce loro un debito particolare e interroga l’inevitabilità delle radici e la complessità dell’appartenenza culturale.

I suoi protagonisti spesso superano gli ottanta anni. Perché’ questa passione per gli anziani?

Perché più remoti sono i mondi che evocano più mi commuovono. Gli anni che si portano addosso, anziché renderli forti, li infragiliscono e se cadono si rompono. Poche volte abbiamo coscienza del fatto che il nostro tempo prende forma da quei cocci rimasti per terra.

«Mai rinunciare alla lingua, la lingua è la vostra casa» dice un personaggio. Immagino che sia un problema che lei si pone tutti i giorni.

Il tema mi è caro e mi abita nel quotidiano. La lingua materna è una seconda pelle, è all’origine dei processi di pensiero e di relazione con gli altri, contiene, delimita, sente. Quando si vive all’estero diventa luogo di memoria, di affetti. È casa. Lei cita Proust

«Amare è una malasorte contro nulla si può finché l’incantesimo non sia cessato». Per questo lei racconta i sentimenti ammorbidendoli con la sordina?

I sentimenti hanno il colore pastello delle fiabe e, come nelle fiabe, possono scatenarsi con tale violenza da confondere la buona e la cattiva sorte, l’amore felice e l’amore infelice. Manipolarli con cautela, allora, è doveroso anche per gli scrittori, perché non è detto che l’incantesimo funzioni.

Brunella Schisa