Pace è donna

Donna in Nero fra altre Donne in Nero di Parma, Roberta Maggiali restituisce in questa intervista le sue riflessioni sul rapporto che la pace intrattiene col genere.

Qual è il legame fra pace e genere?

Per rispondere a questa domanda con parole rese chiare dall’esempio e dall’esperienza, riprendo un breve scritto di Lea Melandri tratto dal suo libro Come nasce il sogno d’amore, un testo che non è mai andato in ristampa e che trovo, invece, estremamente attuale: “Gli uomini hanno tracciato i confini e coi confini hanno diviso le donne. Ma se una madre offre un fiore a una figlia chi può impedire che ovunque crescano gli stessi giardini ?”

La frase di Melandri definisce e allarga il significato dell’educazione alla cura, la cura delle relazioni e di quella costruzione di alleanze e gesti tra donne che nei secoli sono stati risposta concreta e disarmante alle violenze e alle guerre. Di conoscenza in riconoscenza, le lotte delle donne contro la prevaricazione, contro ogni prevaricazione, hanno definito un cammino che va oltre quei nazionalismi che, ancora oggi, seminano orrori e sete di conquista.

Per le donne, riconfigurare la storia in una zona di cura, ricollocarsi in ruoli che nutrono e curano la vita è stata da sempre la via in cui ritrovare sorellanze e solidarietà in quel mondo di pace che le vede protagoniste di un’educazione alla pace attraverso l’unica strada percorribile, quella del disarmo e dello scardinamento della violenza patriarcale e imperialista. 

 

Come si manifesta nell’attuale guerra in Ucraina ?

Questa guerra, alle porte dell’Europa, ci ha riportate e riportati inevitabilmente, e anche un po’ egoisticamente, alla guerra che ci tocca perché non può essere vissuta da lontano. E anche in questa guerra, gli uomini combattono e le donne cercano di sopravvivere in un contesto che richiede di fare doppi salti mortali. Viktoria Pihul, attivista e femminista ucraina impegnata nella difesa dei sindacati e del lavoro delle donne Ucraine, offre un racconto molto chiaro di quello che avviene nella vita delle donne durante questo conflitto bellico: “Nei territori occupati, l’esercito russo utilizza lo stupro di massa e altre forme di violenza di genere come strategia militare. L’insediamento del regime russo in questi territori minaccia di criminalizzare le persone LGBTIQ+ e di depenalizzare la violenza domestica. In tutta l’Ucraina, il problema della violenza domestica si sta aggravando. La distruzione di vaste infrastrutture civili, le minacce ambientali, l’inflazione, la penuria e lo sfollamento della popolazione mettono a rischio la riproduzione sociale. La guerra intensifica la divisione del lavoro tra i generi, spostando ulteriormente il lavoro di riproduzione sociale – in condizioni particolarmente difficili e precarie – sulle donne. L’aumento della disoccupazione e l’attacco del governo neoliberale ai diritti del lavoro non fanno che esacerbare i problemi sociali. In fuga dalla guerra, molte donne sono costrette a lasciare il Paese e si trovano in una posizione vulnerabile a causa delle barriere alla disponibilità di alloggi, alle infrastrutture sociali, al reddito stabile e ai servizi medici (compresi la contraccezione e l’aborto). Rischiano inoltre di rimanere intrappolate nel traffico sessuale” (The right to resist. A feminist manifesto – traduzione dall’inglese nostra).

Ogni sera, ogni giorno, ogni minuto la donna ucraina vive nella paura e nell’incertezza, nella continua ricerca di cibo, di un rifugio per sé e i propri figli, nel tentativo di trovare di vie di fuga per chi non vuole combattere. Una delle canzoni più ascoltate nelle classifiche ucraine s’intitola Non ho più casa. Molte donne ucraine, infatti, decidono di restare per garantire, secondo le loro possibilità, cura, rifugio e supporto, tutela agli anziani e alle possibilità di spostamento per chi se ne vuole andare. Molte donne restano nonostante le violenze e il rischio di stupro (una delle ‘armi’ più vigliacche e feroci utilizzate in guerra) sia altissimo e difficilmente perseguibile. Restano e resistono alla guerra, come le loro sorelle russe che, a rischio di 15 anni di galera, ogni settimana depongono una rosa bianca sotto i monumenti russi per condannare la guerra voluta da Putin. Le donne restano e resistono alla guerra cercando pace nella solidarietà e nelle alleanze tra donne, oltre i confini.

 

Un esempio in cui il genere è stato chiave nella risoluzione pacifica dei conflitti.

Le soluzioni pacifiche alla guerra, con un’impronta di genere, sono state tante nel corso della storia anche se, purtroppo, sono poco nominate nella storia scritta dagli uomini. L’esempio più significativo per noi Donne in Nero di Parma, che da un anno e mezzo abbiamo ripreso il cammino di presidio in Piazza, è quello della nascita, appunto, del movimento delle Donne in Nero. 

Nel gennaio del 1988, donne israeliane e palestinesi si uniscono nel ripudio della guerra, di tutte le guerre. Lo fanno sotto la prima intifada nel conflitto tra Israele e Palestina e proseguono durante la guerra del Golfo e quella in ex-Yugoslavia. Piccoli gruppi iniziali si diffondono e ingrandiscono col passaparola contando, oggi, circa diecimila Donne in Nero in tutto il mondo che si oppongono alla guerra, al militarismo e a ogni forma di violenza. Lo fanno attraverso presidi non violenti di donne che si radunano in un luogo pubblico, in silenzio, in piedi, tenendo dei cartelloni in mano e distribuendo dei volantini.

Le Donne in Nero esprimono il loro pensiero attraverso lo strumento della presenza fisica e del colore nero. L’uso del corpo della donna per protestare contro l’oppressione politica stabilisce una corrispondenza tra l’esperienza privata e la politica nazionale, in origine, tra l’Occupazione israeliana dei Territori palestinesi e l’occupazione maschile del corpo della donna (in ebraico la parola occupazione ha il doppio significato militare e sessuale). Indossare il nero, poi, in alcune culture significa essere in lutto, ma l’atto femminista delle Donne in Nero di vestirsi di nero trasforma il tradizionale lutto passivo delle donne per i caduti in battaglia in un rifiuto della logica bellica, in una protesta che non si consuma più nel chiuso delle stanze domestiche, ma che si riversa invece nello spazio pubblico, in manifestazioni pubbliche.

Il movimento delle Donne in Nero è un’alleanza che avvicina persone di diverse estrazioni sociali scostandosi immediatamente da nazionalismi e imperialismi, rifiutando di schierarsi su fronti di guerra e trincee. Si basa su momenti condivisi di cammino e di veglie di denuncia alla guerra in tutti i suoi volti, dando vita a un nuovo movimento, proprio di chi cammina insieme, di chi costruisce insieme una visione del mondo svincolata da ogni forma di prevaricazione e di patriarcato. Un cammino che squarcia domini e poteri guerrafondai per ritrovare uno sguardo di pace che abbracci questo nostro mondo comune.

 

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