Pace è ecologia

Enrico Ottolini parla di pace ed ecologia nella sua prospettiva di militante ecologista e rappresentante del partito Europa Verde a Parma dove, da pochi mesi, è consigliere comunale.

Qual è il legame fra pace e ecologia?

La mia scoperta del legame fra pace e ecologia risale a diversi anni fa. Ricordo, in particolare, una conferenza di Alex Langer, credo nel 1988, a Parma, presso l’allora Teatro Cinghio, oggi Edison. S’intitolava “Verde e pace”. Erano gli anni dello slogan “Contro la fame, cambia la vita” e di una mobilitazione generale contro le diseguaglianze globali che apparivano sempre più drammatiche. Era il contesto culturale giusto per leggere sotto una luce diversa i conflitti e la loro degenerazione in guerre, mettendoli anche in relazione alla crisi ecologica del Pianeta.

Oggi, il tema è nell’agenda delle Nazioni Unite e tra pochi giorni, il 6 novembre, si celebra, come ogni anno dal 2001, la Giornata internazionale per la prevenzione dello sfruttamento dell’ambiente in situazioni di guerra e conflitto armato. Una specifica risoluzione dell’ONU riconosce il ruolo degli ecosistemi integri e delle risorse naturali gestite in modo sostenibile nel ridurre il rischio di conflitti armati.

L’ecologia, per definizione è la scienza che si occupa di relazioni. E l’ecologismo, di conseguenza, stabilisce relazioni tra ambiti apparentemente lontani, con il rischio di essere spesso interpretato fuori tema quando ci si muove all’interno dei compartimenti amministrativi, politici e culturali entro i quali continuiamo a essere costretti. Se è arduo parlare di biodiversità ai tavoli dell’agricoltura, di agricoltura ai tavoli di urbanistica, di urbanistica ai tavoli di mobilità e di mobilità ai tavoli di agricoltura, a maggior ragione è arduo parlare di ecologia ai tavoli dedicati alle guerre. Eppure, il legame c’è. Pensiamo ad esempio alle primavere arabe e alla lunga sequenza di conflitti e violenze che ne è seguita. C’erano ragioni demografiche, politiche e religiose, ma la crisi alimentare di quegli anni dovuta alla siccità in Russia, e il conseguente aumento del prezzo del pane, furono determinanti per innescare il processo esplosivo.

La disponibilità di risorse è da sempre una delle cause di guerra più ricorrenti. Tuttavia, se un tempo, grazie al progresso tecnologico, si poteva aumentare l’estrazione delle risorse naturali, oggi restano ben pochi margini per un’ulteriore crescita in termini quantitativi, perché le risorse si stanno esaurendo. Un dato elaborato da un istituto israeliano sulla biomassa globale dei mammiferi calcola al 36% quella dell’Homo sapiens, al 60% quella delle specie e razze allevate dall’Homo sapiens e il 4% restante le circa cinquemila specie selvatiche. I flussi di materia ed energia sono quasi interamente incanalati in sistemi artificiali che non posseggono la resilienza di quelli naturali, ormai al limite delle loro possibilità di estrazione. Il ciclo del carbonio è stato gravemente alterato dai combustibili fossili, il ciclo dell’acqua risente dei cambiamenti climatici e di un uso non idoneo del territorio, provocando l’esaurimento di altri elementi importanti, come il fosforo. In sintesi, l’alterazione dei cicli naturali riduce progressivamente la disponibilità di risorse, aumenta l’instabilità dei sistemi umani e favorisce quindi nuovi conflitti che, sotto coperture religiose o geopolitiche, si trasformano e innescano guerre.

 

Come si manifesta nell’attuale guerra in Ucraina ?

La questione energetica, strettamente legata a quella ambientale per l’effetto serra e i cambiamenti climatici, incrocia in vari modi la guerra in Ucraina. Come hanno evidenziato diversi scienziati dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), l’enorme concentrazione di riserve di gas e petrolio, costituisce un rischio per la pace quando questa ricchezza è in mano a governi poco democratici. Inoltre, se è vero che in Europa questa guerra sta suscitando una forte reazione per l’indipendenza energetica dalla Russia, è altrettanto vero che la transizione energetica a livello globale rischia un rallentamento. Gli Stati Uniti stanno aumentando le estrazioni di gas e petrolio, l’Unione Europea ha inserito il gas e il nucleare nell’elenco della tassonomia europea delle attività economiche considerate sostenibili e l’Italia sta tornando a investire sui combustibili fossili sostenendo la catena di fornitura basata sui rigassificatori.

Oltre a queste, ci sono molte altre conseguenze della guerra sull’ambiente. I combattimenti, per esempio, provocano il rilascio di grandi quantità di composti tossici nelle aree interessate, come piombo, mercurio e uranio impoverito. Queste sostanze non sono solo contenute negli ordigni militari, ma sono disperse dagli edifici bombardati, soprattutto quando si tratta di aree industriali. Il rischio, poi, è particolarmente elevato quando vengono danneggiati impianti nucleari. Un altro rischio ambientale è rappresentato dalla distruzione di aree protette, dal danneggiamento di specie rare ed endemiche e dall’emissione di centinaia di milioni di tonnellate di anidride carbonica, molto superiori a quelle che sarebbero consentite dall’accordo sul clima di Parigi. Il conflitto, inoltre, provoca l’interruzione di vari programmi di riduzione delle emissioni e di conservazione della natura, sottrae alla Russia mezzi e risorse per la tutela dell’ambiente (come le flotte aeree prima utilizzate per controllare gli incendi in Siberia), interrompe i progressi verso una maggiore sostenibilità di processi e prodotti commerciali perché, con le sanzioni, vengono a cadere gli standard imposti agli accordi commerciali. In Europa, e quindi anche in Italia, si registra poi un arretramento della sostenibilità in agricoltura: l’emergenza alimentare ha spinto l’UE a consentire la coltivazione di terreni che erano stati messi a riposo e che, in questo modo, contribuivano positivamente a sequestrare l’anidride carbonica e a mantenere la biodiversità e il paesaggio.

Credo che stia a noi innescare un legame virtuoso a partire da questa situazione di crisi e porre fin d’ora le basi per ricostruire una pace duratura che riguarda i rapporti tra Paesi, ma anche il nostro rapporto con il Pianeta, i cui confini fisici sono gli unici che veramente dobbiamo difendere da una minaccia che non viene da un nemico interno, ma dall’uso che l’umanità fa delle risorse, per loro natura limitate per quantità e capacità portante. 

 

Un esempio in cui la soluzione pacifica è stata una soluzione ecologica.

Nell’articolo 3 del trattato di Maastricht, l’Unione Europea fa appello ai concetti di pace e ambiente esprimendo la volontà di lasciarsi per sempre alle spalle gli orrori della Seconda guerra mondiale e trovando, nell’impegno per lo sviluppo sostenibile, un motivo di pacificazione. In alcuni casi, gli interventi di peackeeping o di prevenzione dei conflitti prendono la stessa strada della tutela ambientale. Un esempio, fra gli altri, è rappresentato dagli sforzi congiunti di Kazakhstan e Uzbekistan, supportati dalla cooperazione internazionale, per risolvere il grave problema del lago d’Aral, ridotto al 20 % della sua estensione originale. Si tratta di una soluzione collaborativa che può prevenire l’aspro conflitto dovuto all’uso delle acque dei due fiumi che alimentano il lago.

Tutte le guerre hanno effetti negativi sull’ambiente, sugli ecosistemi e sulle risorse naturali. Riportare condizioni di pace, significa anche porre le basi per uno sviluppo sostenibile e per prevenire altri conflitti. Le grandi sfide che abbiamo davanti, come il clima e la biodiversità, richiedono l’esercizio di una pace attiva tra i Paesi e un deciso rafforzamento degli accordi e delle occasioni di collaborazione. I problemi ambientali non conoscono confini e l’ecologia ci aiuta a intervenire su quelle connessioni che non possiamo eludere se vogliamo trovare soluzioni durature e sostenibili per tutti.

 

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