Pace è superamento delle frontiere

Riprendendo elementi della storia e della visione del Centro immigrazione asilo e cooperazione (Ciac) di Parma, il suo presidente, Emilio Rossi, analizza il vincolo esistente fra pace e frontiere.   

 

Qual è il legame fra pace e superamento delle frontiere?    

   

Proprio in questo legame, Ciac si definisce da sempre, perché Ciac è fondamentalmente impegno contro la guerra e protezione delle vittime, ossia accoglienza e cura. Già al nostro inizio, volemmo agire contro la guerra, allora nella ex Jugoslavia, sottrarle persone che come noi vi si opponevano – obiettori, disertori, renitenti – farle arrivare in Italia e dar loro protezione. Lo facemmo fin dai primi anni ‘90, in collaborazione col Comune di Parma, e da allora abbiamo proseguito ad accogliere con continuità.   

La guerra nella ex Jugoslavia è stata vicinissima a noi (La guerra in casa era il titolo di un eccellente libro di Luca Rastello), ma l’Italia non vi partecipava. Dopo, le cose cambiarono. Nella seconda metà del 1900, in Italia eravamo fedeli all’articolo 11 della Costituzione che esprime il ripudio della guerra e l’impegno in favore di un ordinamento sovrastatale volto a favorire la pace e la giustizia tra le Nazioni. Pace e giustizia insieme, cioè l’Onu. La caduta del muro di Berlino, la fine della guerra fredda e la reciproca promessa di scioglimento delle due alleanze militari, Patto di Varsavia e Nato, avevano fatto pensare a un futuro di pace. Invece, dal 1999, col bombardamento Nato su Belgrado, è iniziato a un lungo seguito di guerre dapprima presentate come “umanitarie”, poi volte a “portare la democrazia”, quindi “la sicurezza” ecc., e anche l’Italia ha improvvisamente cominciato a prender parte a questi conflitti. La guerra, cioè, è diventata un’opzione. E l’Italia si è mossa in questa direzione con dichiarazioni esplicite come quelle del Libro bianco per la sicurezza internazionale approvato dal Consiglio dei Ministri nel 2017 (dove è scritto che l’Italia scende in guerra se i suoi interessi vitali sono minacciati e dove l’industria militare e l’export delle armi sono definiti nostri pilastri commerciali) o con l’effettività, in anni ancor più recenti, degli incrementi ingentissimi della spesa militare (oggi arrivata a 104 milioni di euro al giorno). Stoltenberg, segretario generale della Nato, poche settimane fa ha detto che il 2% del Pil per le spese militari non è da considerare il punto d’arrivo ma il minimo da accrescere. Verso quale direzione ci stiamo muovendo? Una direzione che sembra scostarsi molto dall’articolo 11 della Costituzione.        

Noi di Ciac, con Gino Strada (consiglio vivamente il suo ultimo libro Una persona alla volta), pensiamo che “eliminare l’ipotesi della guerra dagli strumenti che regolano la convivenza umana è la scelta più razionale, realistica e sicura per i cittadini del pianeta, ma non possiamo aspettarci che lo facciano i Parlamenti (…) Dovremo impegnarci noi per buttare la guerra fuori dalla storia. Tocca a noi agire prima di ritrovarci in mezzo ad altri morti e altro dolore”. E se la Costituzione impegna l’Italia alla pace e alla giustizia tra le Nazioni (art. 11), non è ciò che sta accadendo: questo Terzo millennio ha visto crescere le diseguaglianze globali aumentando il divario tra ricchi e poveri, con il 10% delle persone che possiede il 76% di tutta la ricchezza globale.     

Ciò premesso, passiamo ora a definire le frontiere: le frontiere, le nostre frontiere, sono strumento di segregazione. Noi possiamo viaggiare dovunque, ma non è consentito lo stesso a coloro che vivono in paesi poveri, sebbene quello di spostarsi sia un diritto fondamentale anche per loro. Di più, Italia e l’Europa interferiscono pesantemente nel diritto di spostarsi delle persone anche quando queste si trovano nel loro continente, pensiamo alla militarizzazione del Niger, ad esempio, che impedisce ai sub-sahariani di raggiungere la Libia e le sue coste, camuffando questa operazione sotto il termine di cooperazione. Inoltre, le frontiere sono teatro di atrocità e trattamenti illegali liberamente praticati, teatro di una vera e propria guerra che l’Europa infierisce ai migranti. A persone che spesso hanno già subito una guerra nel proprio paese di origine, l’Europa ne infligge una seconda. 

Siamo tutti al corrente di ciò che accade a Ceuta e Melilla, in Croazia, in Libia, con cui pure si rinnovano accordi di collaborazione, ai confini dell’Ungheria e della Polonia, sappiamo di Lipa e di Lesbo e che il Mediterraneo è un enorme cimitero; vediamo che l’Europa va circondandosi di muri e fili spinati, e usa eserciti contro persone in fuga; sappiamo dei campi di concentramento, di violenze, torture, di intere famiglie trattenute in inverno dietro cavalli di frisia, sappiamo dei morti, tantissimi. È una guerra sistematica, estesissima, la più vile perché condotta contro inermi. Le frontiere sono strumenti di guerra.     

 

Come si manifesta nell’attuale guerra in Ucraina?   

   

L’Ucraina è l’esempio perfetto del legame fra pace e frontiere in positivo. In questo caso, soltanto in questo, l’Unione Europea non ha combattuto i fuggitivi e ha aperto le frontiere: persone di nazionalità ucraina sono potute entrare in UE senza visto, scegliere in quale paese andare, hanno avuto subito un permesso di protezione rinnovabile, con diritto a frequentare le scuole, a lavorare e a ricevere assistenza socio-sanitaria. Le questure non hanno lamentato mancanza di personale, i giornali hanno trasmesso un sentimento favorevole verso di loro e questo ha agevolato moltissimo il reperimento degli alloggi. Sono arrivati in tanti, ma nessuno ha propagandato un’invasione, c’è stato posto. Non è stato così per gli asilanti di altre nazionalità arrivati – a loro rischio e contemporaneamente – in Italia.  

Un atteggiamento favorevole, analogo a quello che si manifesta attualmente verso gli ucraini, c’era stato verso gli afgani nell’agosto 2021, ma era durato solo un mese.  Quello che la stampa scrive, produce effetti : quando i media assecondano propagande xenofobe, al Ciac diviene impossibile reperire alloggi “per stranieri”. L’accoglienza, però, non può essere selettiva, il diritto alla protezione (art. 10 della Costituzione) vale per tutti ugualmente. Sul territorio vediamo riproporsi la disparità che si opera alle frontiere. Il confine polacco esprime il paradosso che è dell’UE: apertissimo ai cittadini ucraini e impenetrabile a chi proviene da altre guerre, ad esempio quelle mediorientali. Eppure, ce ne sono anche altre: la Turchia, per esempio, sta bombardando il nord est della Siria e il nord Iraq, ma l’informazione tace, non c’è nessuna condanna internazionale, nessun aiuto alle vittime, nessun corridoio umanitario.    

Al Ciac sappiamo cos’è la guerra, testimoni di varie provenienze ce la raccontano. E sappiamo che, anche quando è condotta con mezzi tecnologici che operano da distanza, la guerra è solo sangue e morte. Gino Strada ci ha già detto che le vittime delle guerre sono per il 90% tra la popolazione civile. 

 

   

Un esempio in cui il superamento della logica di frontiera è stato chiave nella risoluzione pacifica di un conflitto.    

   

Si dice che, oggi, le guerre conclamate siano centotrenta. A queste, dobbiamo aggiungere quella contro i migranti perché le frontiere sono luoghi di guerra. Nel caso dell’Ucraina, la guerra contro i migranti è stata risolta pacificamente abolendo la frontiera. Le guerre dobbiamo raccontarle tutte, anche se sembra che non ci riguardino. Quanto sarebbe stato meglio se avessimo considerato da subito la guerra in Donbass! Dobbiamo ascoltare le storie di chi fugge, guardarli negli occhi, e non avremmo dubbi. Come ha fatto Papa Francesco a Lesbo: “Sono qui per vedere i vostri volti, per guardare i vostri occhi, occhi carichi di paura e di attesa, occhi che hanno visto violenza e povertà, che hanno versato troppe lacrime…” Un discorso da leggere per intero.     

Dobbiamo ricordarci che la Dichiarazione universale dei diritti umani, dal 1955 recepita anche all’interno dell’Ordinamento giuridico italiano, già all’art. 1 si esprime così: “Tutti gli esseri umani nascono liberi in dignità e diritti. Sono dotati di ragione e coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. Quel che accade alle frontiere è ben altra cosa che lo spirito di fratellanza. Dobbiamo chiedere che i Governi europei non tradiscano le loro stesse leggi. E se i Governi europei hanno prodotto queste frontiere dobbiamo dire che tocca anche a noi, ora, dalla base, dare segnali di dissenso e impegnarci come comunità locali. Organizzare corridoi umanitari dal nostro territorio, per esempio, è piccola cosa ma è anche un segnale, una sfida alla chiusura delle frontiere.     

 Lo scorso anno, Ciac aveva lanciato un appello “Salvare i migranti dalla Rotta balcanica si può: tre proposte concrete per portarli in Italia” accompagnato da un’importante risoluzione del Consiglio comunale di Parma e l’adesione di ben quaranta associazioni cittadine. Quattordici sindaci del Parmense si erano dichiarati disponibili a realizzare corridoi umanitari o forme analoghe di arrivi protetti e anche l’attuale sindaco di Parma, durante la campagna elettorale, aveva firmato questo impegno qualora fosse stato eletto. Ci sono ancora cittadini che scelgono di non essere indifferenti, che sanno indignarsi, provare solidarietà, mettersi a disposizione.     

Un’altra possibilità di pace legata al superamento delle frontiere è offerta dalle lettere d’invito e garanzia a beneficio di persone straniere, sottoscritte preferibilmente dall’Amministrazione pubblica. Al tempo della guerra nella ex Jugoslavia, le utilizzavamo per far arrivare renitenti. Era un segno concreto per disinnescare la guerra. A firmarle, era l’allora assessore al Sociale del Comune di Parma, Danilo Amadei. Questi moduli sono ancora disponibili nelle questure, uguali da trent’anni ormai. A Parma, avevamo aperto lo strada e avevamo già realizzato il modello che servì allo Stato italiano per creare nel 2001 il Sistema nazionale d’accoglienza e di protezione, prima inesistente. Occorre essere determinati, ma dal basso si può agire, si deve.  

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